giovedì 21 febbraio 2008
Una politica fiscale sbagliata
Sarò approssimativo: si parla di $100 miliardi da distribuire sotto forma di tax rebate in assegni di circa $800 per tax payer o forse addirittura di $145 miliardi (i $45 miliardi in più non sono altro che deduzioni per le imprese nell'ammortamento degli investimenti).
Sembrano numeri molto grandi. Ma proviamo a metterci nei panni di una giovane coppia americana, che riceve dallo Stato un assegno extra di $1'600.
Ovviamente, questa cifra non copre assolutamente il pagamento di una rata mensile del mutuo 100% appena aperto un anno fa.
Probabilmente la giovane coppia utilizzerebbe questi soldi per ridurre un po' il debito che già pesa sulla carta di credito, dove i tassi debitori sono molto più elevati che sui mutui. Oppure cercherebbe di rimettere a posto qualche bolletta che si sta portando avanti da troppo tempo. O ancora, potrebbe...
...potrebbe spendere questi $1'600 in consumi?
Innanzitutto, la coppia è consapevole che si tratta di una cifra one-short: non ci sarà un aumento dello stipendio, né altri bonus in vista. Quindi, se la coppia è consapevole delle proprie difficoltà attuali e percepisce incertezza per il futuro, sarà portata a risparmiare questo denaro.
Al limite, questo tax rebate potrà aiutarla ad allargare la cintura per un mese, ma non la sosterrà certo nei prossimi mesi.
Perché il problema di un tax rebate è che si tratta di una sorta di regalo, di un bonus, di una boccata d'ossigeno momentanea.
Le imprese sono consapevoli di questa situazione: non vedono i consumatori sollevati dalle difficoltà che stanno vivendo. Immaginano che le famiglie potranno al limite fare qualche acquisto in più da Wal-Mart, ma non ci sarà incentivo per nessuno per aumentare gli investimenti. Come si dice alle volte relativamente agli utili delle società quotate, non c'è visibilità!
La visibilità che manca è proprio quella sugli utili dei consumatori. Questi, come ho già raccontato in un altro post, hanno difficoltà a risparmiare (che sia colpa loro o meno, questo è un altro discorso). Ora ci sono tutti gli incentivi per iniziare finalmente a tirare la cinghia e a mettere via qualche risparmio per i tempi duri che forse potranno esserci.
Le imprese investono se vedono un potenziale di vendita nel mercato di sbocco. Questo potenziale deve essere nel medio-lungo termine, perché gli investimenti (quelli che aumentano la produttività) non sono mai veloci da implementare e rappresentano certamente una spesa che deve avere poi un ritorno adeguato nel futuro. L'imprenditore scommette razionalmente e quando non c'è visibilità gli investimenti diventano più rischiosi.
Da questo punto di vista diventa forse più importante l'intervento dello Stato, ma in termini keynesiani: la spesa aggregata dell'economia dev'essere mantenuta a un certo livello grazie all'intervento della spesa pubblica.
Una spesa che tuttavia dev'essere orientata agli investimenti in infrastrutture, soprattutto. Questo perché grossi investimenti infrastrutturali, oltre che attualmente necessari negli Stati Uniti, possono nel medio termine aiutare tutto il sistema a ritrovare fiducia e quindi possono supportare la crescita economica futura.
Una volta che le imprese ritrovano fiducia, lo Stato può ridurre il suo intervento e operare per una riduzione del deficit di bilancio che si è venuto naturalmente a creare.
Ecco perché rimango ancora negativo sul pacchetto fiscale messo in piedi dall'amministrazione Bush. Non ha i presupposti per aiutare l'economia in questa fase difficile.
Il problema, poi, per i mercati finanziari è che gli investitori vogliono essere positivi, hanno bisogno di ottimismo, abituati ad anni di bull market. E quindi rischiano di sottostimare tutti quei segnali che invece dovrebbero portare a una maggiore prudenza.
Mi domando quanto potrà andare avanti il mercato con movimenti dei prezzi nell'ordine dell'1%-2% in alto e in basso ogni giorno...
Too much volatility...someone has to benefit from it.
Who?
mercoledì 20 febbraio 2008
Not out of the woods, yet...
- i mercati azionari hanno corretto fortemente dal picco registrato nell'autunno dell'anno scorso
- sia i bond che le azioni pare abbiano scontato (forse anche troppo, dicono alcuni) l'eventualità di una recessione, tanto che se questa dovesse effettivamente concretizzarsi, il mercato non dovrebbe subire ulteriori scossoni rilevanti
- la Federal Reserve è intervenuta sul costo del denaro ed è seriamente intenzionata a continuare in questa politica "espansiva", attuando una sorta di risk management per prevenire una crisi più marcata di quanto ora previsto da molti degli analisti di Wall Street (che vedono probabile solo una mild recession)
- l'establishment politico di Washington ha reagito attivando una serie di misure (come i tax rebate) che dovrebbero supportare i consumi e la spesa dei cittadini nei prossimi trimestri
- la crescita dei mercati emergenti è ancora molto forte e le aspettative non sono per un rallentamento marcato, bensì (alla peggio) per una normalizzazione dei tassi di crescita
- le materie prime stanno toccando nuovi massimi (il petrolio ha superato definitivamente i $100 al barile): se ci fosse in prospettiva un rallentamento o una recessione globale, le commodities non avrebbero troppo spazio per salire così vertiginosamente come stanno facendo in queste settimane
Certamente ciascuno dei punti sopra elencati (ma potremmo trovarne altri), a una prima lettura, lasciano ben sperare sulle prospettive future per i mercati finanziari. Tanto che persino il mio Chief Investment Officer si è lasciato andare nel dire che "sente vicino il bottom" e che il mercato azionario riprenderà a salire come ha fatto negli ultimi anni (quindi un bull market che continua).
Non pretendo ora di contraddire punto per punto l'elenco appena esposto, ma vorrei mostrarvi alcuni elementi che mi spingono a mantenere ancora un'atteggiamento di cautela, se non addirittura di lieve pessimismo, sulle prospettive dei mercati finanziari nei prossimi mesi.
Prendiamo innanzitutto l'operato della Federal Reserve. Il suo potere più grande è quello di controllare il costo del denaro, quindi influenzare il mercato del credito per quanto concerne la liquidità del sistema economico. Poca è la sua capacità di risolvere i problemi legati all'insolvenza.
Facciamo un esempio: se io un anno fa avessi aperto un mutuo con un nozionale di $400'000, acquistando una casa dal valore di $400'000 (il finanziamento del 100% del costo dell'acquisto della casa è ciò che ha caratterizzato molti dei mutui aperti negli ultimi anni negli Stati Uniti) e ora, sperando di poter rifinanziare il mio mutuo a tassi più bassi (e quindi pagare rate inferiori), mi rivolgessi alla mia banca per rinegoziare i termini, troverei subito un'enorme, gigantesco ostacolo: il valore del mio immobile è diminuito del 10% (stima virtuale, perché nella realtà sta capitando di peggio), quindi ho una casa che vale ora solo $360'000 e sto tentando di rifinanziare un mutuo con un nozionale poco inferiore ai $400'000 (visto che forse qualche rata durante l'anno sono riuscita a pagarla).Questo nonostante la Federal Reserve sia intervenuta per sostenere i borrowers in difficoltà.
Il grafico allegato poco sopra segnala semplicemente la difficoltà della Federal Reserve di risolvere il problema dell'insolvenza: il costo di un mutuo non è solo legato al tasso di sconto ufficiale, ma è determinato soprattutto dalla politica e dalla strategia della banca che lo eroga (nonchè dalle sue analisi sui non-performing-loans già presenti sul suo book, etc...). E se la banca che lo eroga osserva localmente un mercato anche solo potenzialmente insolvente, questa alza automaticamente il costo del debito. Ecco perché nonostante tutto, i tassi sui mutui trentennali non sono molto mutati da inizio anno.
Ripeto: questo nonostante la Federal Reserve sia intervenuta per sostenere i borrowers in difficoltà.
giovedì 31 gennaio 2008
US Real GDP 4Q07: -0.6% (no, non ho sbagliato a scrivere)
Mercoledì è stata una giornata molto importante per i mercati finanziari.
Negli Stati Uniti sono usciti i dati sul GDP del quarto trimestre del 2007 e la Federal Reserve ha abbassato il costo del denaro di altri 50bps.
Per quanto riguarda quest’ultimo punto, le attese degli investitori sono state pienamente soddisfatte e il mercato ha reagito positivamente (sebbene poi abbia ritracciato per altri motivi, ovvero i problemi legati ai monoline insurers, che approfondiremo altrove).
Tuttavia è il primo dato che ci interessa maggiormente, poiché ritengo che il mercato non abbia colto pienamente quanto pubblicato dal Bureau of Economic Analysis degli Stati Uniti il 30 gennaio.
Un piccolo appunto. Molti investitori professionali (se non tutti) hanno accesso a costosi infoprovider come Bloomberg, Datastream o Reuters, che raccolgono in schermate facilmente leggibili tutte le maggiori statistiche. Sono pochi quelli che vanno invece a scavare dentro le pubblicazioni ufficiali, spesso difficilmente rintracciabili e sicuramente molto noiose, per cercare maggiori dettagli e riuscire a trovare delle chiavi di lettura più efficaci.
Le mie perplessità sono legate al fatto che il GDP reale pubblicato mercoledì, quello ovvero depurato dall’effetto “inflazione”, è ottenuto sottraendo il deflatore del prodotto interno lordo al dato nominale.
La mia riflessione riguarda proprio il deflatore del PIL: viene infatti utilizzato un dato statistico che depura ed elimina completamente la componente “importazioni”, come se i beni importati e i loro prezzi relativi non avessero un impatto decisivo sul livello generale dei prezzi di un’economia aperta come quella degli Stati Uniti.
Cerchiamo di approfondire questo problema.
All’interno della pubblicazione ufficiale del Bereau of Economic Analysis ci sono un paio di righe che testualmente dicono:
“[…]The price index for gross domestic purchases, which measures prices paid by U.S. residents, increased 3.8 percent in the fourth quarter[…]”
Tutti (forse) sanno cosa significa deflatore del PIL, ma pochi si sono mai soffermati sul cosiddetto “deflator for gross domestic purchases”.
Questo indicatore tiene in considerazione mutamenti nei prezzi di tutti i beni e/o servizi acquistati dai residenti di un paese, inclusi quelli importati dall’estero. Se ad esempio il prezzo del petrolio aumentasse, tale aumento verrebbe pienamente incorporato nel “deflator for gross domestic purchases”, mentre viene oggi totalmente ignorato dal deflatore del PIL.
Tendenzialmente, i due indicatori si muovono in tandem, eccetto quando i prezzi delle importazioni crescono in modo rilevante. Questo può appunto avvenire quando ci sono aumenti nel costo delle materie prime (come è recentemente accaduto con il petrolio e altre commodities), e/o quando il valore della valuta domestica crolla (come è capitato per il dollaro statunitense negli ultimi anni), il che rende automaticamente più costosi i beni importati.
In questi casi, il “deflator for gross domestic purchases” rappresenta una misura più attendibile per rilevare il livello dei prezzi di un’economia, e sarebbe quindi l’indicatore idoneo da utilizzare per ottenere il dato relativo al prodotto interno lordo reale.
Cosa succede se quindi cerchiamo di ottenere il dato relativo al GDP reale del quarto trimestre 2007 sottraendo NON il deflatore del PIL, bensì il “deflator for gross domestic purchases”?
Il GDP nominale è uscito a +3.2%.
Il “deflator for gross domestic purchases” è uscito a +3.8%.
Il GDP reale è quindi -0.6%.
Ovvero, l’ultimo trimestre del 2007 è stato un trimestre di crescita reale negativa.
P.s.: per chi fosse interessato a maggiori approfondimenti, il link prima segnalato contiene molte altre informazioni interessanti su investimenti, spese per i consumi, debito e tanto altro ancora
martedì 22 gennaio 2008
Ecco i primi rumours: JPMorgan compera...
Scorrendo l'articolo leggo un paio di righe piuttosto interessanti, il cui sunto è: dopo First Washington Mutual, Wells Fargo. JPMorgan è in procinto di fare un po' di spesa?
Ma soprattutto: alcune voci non ben identificate hanno iniziato a parlare addirittura di Merrill Lynch!!!
Quello che non manca all'economia americana è certamente l'ammirevole e quasi immediata capacità di reazione!
P.s.: all'interno della stessa pagina si parla di alcuni mono-line insurers, che oggi hanno ottenuto performance importanti (dopo aver quasi vaporizzato la propria capitalizzazione di borsa nei mesi scorsi) in seguito a un articolo positivo pubblicato da Barron's. Nonostante ciò rimango negativo sui finanziari negli Stati Uniti, sebbene possa pensare di operare un hedge nei prossimi giorni se i rumours citati incominciano a prendere maggiore corpo.
Che tempismo: oggi taglio di 75 bps!
Il Chief Investment Officer è venuto vicino al nostro desk e ha domandato a ciascuno di noi un parere sul mercato. Arrivato il mio turno, e sapendo che quando pone queste domande "di rito" non gradisce discorsi lunghi e arzigogolati, vado diretto al punto senza indugiare in ragionamenti capziosi:
Non l'avessi mai detto: appena finisco di dire "...in Europa", ecco comparire sui nostri schermi di Bloomberg la notizia in rosso che recita: "FED CUTS FEDERAL FUNDS RATE 75 BASIS POINTS TO 3.5 PERCENT (story to follow)".
E il mercato prende la palla al balzo, chiudendo largamente positivo in Europa, mentre negli Stati Uniti la notizia non spinge più di tanto le quotazioni (per la cronaca, mentre scrivo lo S&P 500 è sotto dell'1.11%, mentre il Nasdaq perde il 2%).
In sostanza, sono stato smentito dal mercato di fronte al mio capo.
Mi consola leggere stasera che Bill Gross di Pimco ha parlato del taglio del costo del denaro come di un sad testament della Federal Reserve, la quale ha deciso di "salvare" i mercati azionari intervenendo otto giorni prima della riunione usuale.
Vorrei solo riflettere su due punti:
1) se la Federal Reserve ha tagliato di 75 bps senza attendere il meeting del 30 gennaio, la situazione può essere considerata piuttosto grave (e quindi meritevole di ulteriori approfondimenti), oppure, ma spererei che così non fosse, sta cercando di supportare le quotazioni azionarie e in particolare i titoli finanziari, i quali sarebbero i diretti beneficiari di un taglio consistente del costo del denaro (e quindi della loro raccolta);
2) leggendo una nota di Sean Darby, strategist di Nomura, vengo "dirottato" sulla pagina Bloomberg (qui a fianco) che mostra l'andamento odierno (l'ultimo strappo del grafico) del Ted Spread, ovvero il differenziale tra il tasso Libor sul dollaro e il rendimento dei T-Bills. Questo è un indicatore molto seguito negli Stati Uniti che tipicamente segnala la percezione dei credit-risks all'interno del sistema economico: se lo spread si allarga (come è capitato oggi) il messaggio è quello di un aumento del rischio di default da parte delle imprese.Sean Darby è piuttosto incerto sul significato dell'allargamento dello spread oggi, dopo il taglio di 75 bps da parte della Federal Reserve: si sarebbe infatti atteso un movimento opposto.
Ci sono forse altri writedowns in procinto di essere annunciati (magari in Europa e in Asia)?
Ci sono forse altre cattive notizie che si stanno addensando all'orizzonte?
lunedì 21 gennaio 2008
Panic selling e risparmi
Gli analisti non hanno ancora fattorizzato pienamente nei loro modelli l'eventualità di un rallentamento più marcato della congiuntura economica, una decelerazione della crescita che questa volta, a differenza del 2001, vede direttamente coinvolti i consumatori americani. I quali, come si può osservare dal grafico qui allegato (tratto dalla Federal Reserve Bank di St. Louis), sono diventati strutturalmente incapaci di risparmiare.A questo proposito mi viene in mente una riflessione che si collega all'analisi della curva dei rendimenti. I risparmi, come insegnano ai corsi di macroeconomia di base, rappresentano la fonte principale di capitali per l'economia: in particolare, sono la contropartita degli investimenti. Il tasso d'interesse è il prezzo di risparmi/investimenti, ovvero del fattore capitale, e viene determinato sul mercato dal libero incontro tra domanda e offerta: se la prima eccede la seconda, il prezzo del bene deve aumentare, viceversa il prezzo deve diminuire. È la formulazione più semplice della teoria dell'equilibrio economico.
domenica 20 gennaio 2008
Le svalutazioni del 2007 e la prima scommessa "short"
Spesso il Wall Street Journal pubblica degli articoli molto interessanti all'interno del suo sito Internet e nelle pagine di MarketBeat.sabato 19 gennaio 2008
Il 2008 si è "svegliato" con la luna storta
Da inizio anno lo S&P 500 ha perso il 9.75% (in euro quasi il 10%), il DJ Stoxx 50 € ha lasciato sul campo quasi altrettanto (-9.02%) e il Nikkei 225 ha corretto del 9.45% (in euro "solo" il 5.54%).
Nel corso delle prime settimane dell'anno si è visto invece un rafforzamento deciso di alcune valute (in particolare, le funding currencies utilizzate per i cosiddetti carry-trades): lo yen e il franco svizzero hanno guadagnato contro euro rispettivamente il 4.32% e il 2.98%.
I mercati obbligazionari, invece? Il future generico negli Stati Uniti si è apprezzato del 3.34%, mentre quello dell'area euro è salito del 2.83%.
Insomma, il 2008 si è "svegliato" in maniera piuttosto turbolenta. Ma cosa stanno effettivamente scontando i mercati finanziari?
Se nel 2007 si parlava di un possibile rallentamento della congiuntura economica negli Stati Uniti, ora si discutono addirittura misure di politica fiscale e monetaria per evitare una recessione. Alcune banche d'affari sono meno negative sulle prospettive per l'anno appena iniziato e parlano di overshooting dei mercati azionari: ovvero, il mercato sta sbagliando, sta "pensando male" ed esagera nelle sue valutazioni riguardo l'attuale situazione.
Indubbiamente l'impatto psicologico del newsflow negativo proveniente dagli Stati Uniti ha pesato sull'atteggiamento degli investitori. La crisi del mercato immobiliare americano è ormai sulla bocca di tutti, il tema dei sub-prime è stato ampiamente discusso e gli effetti sui bilanci dei giganti di Wall Street hanno già fatto rotolare le prime teste.
Tutto ciò è già ampiamente prezzato dai mercati (sebbene io ritenga che il tema dei writedowns possa avere ulteriori sviluppi drammatici): quello che tutti si domandano è se sia stato già toccato il fondo. In caso di risposta positiva, dove andare a investire?
In caso di risposta negativa, dove trovare riparo?
P.s.: attraverso questo blog cercherò di analizzare i mercati finanziari, riflettendo soprattutto su temi macroeconomici e tentando di suggerire idee long-short che traducano in opportunità d'investimento le idee qui sviluppate
