venerdì 21 ottobre 2011

Approccio alla crisi

La settimana si sta concludendo (venerdì positivo per le borse) e purtroppo l'area euro sta optando per un lento e costosissimo approccio alla crisi, piuttosto che affrontare il problema in maniera proattiva. In parte, questo è dovuto al fatto che politici ed elettori non capiscono realmente la situazione: naturalmente, il problema più grosso è di "governance", poiché ciascuno dei 17 paesi dell'area (piccolo o grande che sia) deve essere d'accordo su qualsiasi nuovo programma si andasse a disegnare utilizzando le risorse comuni. In più, c'è molto tatticismo di basso cabotaggio: i paesi "core" non vogliono dare soldi alla periferia troppo velocemente per paura che questi ultimi rallentino il passo di consolidamento (e disciplina) fiscale. Allo stesso modo, la BCE non vuole fornire supporto immediato ai mercati per paura che le autorità fiscali, responsabili legalmente della situazione, falliscano nel loro compito. Il risultato è che ci stiamo abituando a una serie di mini-step confusi e discordanti, con decisioni prese solo a causa dei movimenti sui listini finanziari. E ciò perplime non poco gli operatori, incentivando un atteggiamento sempre più cauto e scettico da parte degli investitori. Ed è buffo pensare a come leggono questa situazione dall'altra parte dell'Atlantico, cercando di predirne il futuro: durante il Rinascimento, le mappe dell'Europa mostravano le Americhe come terre sconosciute, popolate da draghi del mare e da altri mostri. Oggi sono gli americani che, se guardano al di là dell'oceano, vedono ben altri mostri…

Ciò detto, diamo una brevissima un'occhiata alle politiche monetarie dei principali paesi sviluppati: la Fed si posiziona "intorno" allo zero/0.25%, l'Inghilterra è allo 0.5%, il Giappone è allo 0.1%, il Canada all'1%. La BCE, nell'area dove c'è il massimo della tensione, qual è il costo del denaro? Presto detto: 1.5%, senza alcuno scampo e nonostante che non abbiamo più né Weber né Stark né (tra poco) Trichet.

Draghi sarà più economy-friendly? We really hope so...

Settimana prossima, i dati macro potrebbero continuare a fornire supporto: ad esempio, i Durable Goods Orders negli Stati Uniti dovrebbero crescere di un buon 0.5%. Questo si sommerebbe al resto delle sorprese positive delle ultime settimane (allego tabella):

Indicator prev. cons. actual
Const. Spending -1.4% -0.2% 1.4%
ISM mfg (Sep) 50.6 50.5 51.6
ISM non-mfg. 53.3 52.8 53.0
Vehicle sales 12.1M 12.6M 13.0M
Nonfarm payrolls 57k 60k 103k
Private payrolls 42k 90k 137k
Retail sales 0.3% 0.7% 1.1%

Per passare il week-end con qualche pensiero ottimista, ripensiamo ai quattro cavalieri dell'apocalisse che quest'anno hanno (e alcuni stanno ancora) martoriando i mercati: quotazioni del petrolio, Giappone, crisi fiscale in Europa e discussione su debt ceiling negli Stati Uniti. Sul petrolio, l'effetto sull'economia reale e, soprattutto, sullo spending negli Stati Uniti, è stato mal fattorizzato dagli analisti durante la prima metà dell'anno e, ora, non è adeguatamente incorporato il suo minor impatto: è quindi un "positive". Allo stesso modo, in Giappone la "supply disruption" è stata mal capita (anche dai nostri economisti), mentre invece tutta l'industria e le sales ne hanno risentito; ora che la situazione è capovolta (e c'è ulteriore spazio per miglioramenti, vista la tight supply degli vari operatori in Giappone) lo scetticismo è ancora imperante: altro "positive". Su Europa e "debt ceiling" negli Stati Uniti abbiamo invece dei "negative", come già discusso anche altre volte. Novembre sarà probabilmente molto volatile e poco risolutivo.

Intanto, as of writing, l'Europa chiude su di quasi 3 punti percentuali. Gli Stati Uniti sono up di 1.5% e il BTP stringe dai livelli alti (e pericolosi) osservati nei giorni scorsi.

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